



Ciao Gianni, che dirti? I miei colleghi importanti di cassetti ne hanno più d’uno e sono guardati con rispetto dagli altri (io). Già sono fortunato: il mio è ad altezza d’uomo. Un mio collega deve strisciare sul pavimento per accedere al proprio. Hai ragione, comunque, è anche da questo che si vede come la scuola guarda al nostro lavoro. Però sei il primo da cui lo sento dire. E questo fa pensare, non al sistema, ma a noi. Forse non abbiamo bisogno di altro, a parte un secondo cassetto per essere guardati con ammirazione. Un saluto Guido
Ciao, Guido. E grazie. Però non bastano neanche due cassetti (magari il problema fosse questo). Avremmo bisogno di un’aula nostra, di cui essere considerati ed essere responsabili. Altrimenti squisitezze come queste saranno sempre più all’ordine del giorno: http://milano.repubblica.it/dettaglio/crocifisso-in-fiamme-sedie-rotte-gli-studenti-vandali-su-youtube/1596755 Sono un vecchio insegnante. Quello che mi viene da rimproverarmi è che avrei dovuto rompere le scatole per tutta la mia carriera su questo tema (e altri strutturali), ma alla fine uno si concentra sul lavoro dentro le classi. Ora, nella nuova situazione per l’aumento del numero degli allievi e per il cambiamento antropologico (che parolona, ma dicono tutti così) degli studenti, questi dati strutturali tendono a vanificare il 90% di ciò che faccio in classe. nel senso che investo 100 e raccolgo 10. Visto che sei di Torino, un giorno o l’altro magari ci si incontra. Grazie di nuovo e intanto ti aggiungo come contatto.
Ciao, Guido. E grazie. Però non bastano neanche due cassetti (magari il problema fosse questo). Avremmo bisogno di un’aula nostra, di cui essere considerati ed essere responsabili. Altrimenti squisitezze come queste saranno sempre più all’ordine del giorno: http://milano.repubblica.it/dettaglio/crocifisso-in-fiamme-sedie-rotte-gli-studenti-vandali-su-youtube/1596755 Sono un vecchio insegnante. Quello che mi viene da rimproverarmi è che avrei dovuto rompere le scatole per tutta la mia carriera su questo tema (e altri strutturali), ma alla fine uno si concentra sul lavoro dentro le classi. Ora, nella nuova situazione per l’aumento del numero degli allievi e per il cambiamento antropologico (che parolona, ma dicono tutti così) degli studenti, questi dati strutturali tendono a vanificare il 90% di ciò che faccio in classe. nel senso che investo 100 e raccolgo 10. Visto che sei di Torino, un giorno o l’altro magari ci si incontra. Grazie di nuovo e intanto ti aggiungo come contatto.
Hai ragione quando dici che ci bastano due cassetti per essere ammirati ed è la perfetta metafora della miseria dell anostra condizione. In effetti, la cosa che mi ha sempre colpito degli insegnanti italiani è che considerano il tipo di scuola in cui vivono e operano come un dato immutabile, una struttura nata dalla mente dell’Onnipotente o di Minerva. Secondo me si fa sentire la mancanza di una formazione professionale seria, innanzitutto. Poi il fatto che la nostra classe politica ed intellettuale non ha neanche pensato che si potesse immaginare una scuola organizzata in modo diverso, per esempio con meno materie forti o con delle materie opzionali. Infine, specie per la scuola superiore, gioca il fatto che non se ne conosce la storia: quasi nessuno sa che questo modello è nato fondamentalmente in Piemonte fra il 1849 e il 1859, sulle ceneri di un altro modello. Quello che più mi colpisce di me stesso è che a lungo mi sono quasi vergognato di dire queste cose, mi sono autocensurato, come se dovessero essere considerate delle eccentricità.
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